Board of Parasites. Gaza: sfruttamento coloniale di un genocidio

Dopo aver assistito per più di due anni alla distruzione di un territorio, dopo la morte di decine di migliaia di persone e le sofferenze inenarrabili di quelle sopravvissute, stiamo assistendo alla seconda fase: lo sfruttamento economico del territorio stesso, da ricostruire, e delle persone, da trasformare in manodopera servile a prezzi irrisori.

Parlo di Gaza. Parlo del “board of peace”. Sfruttamento economico forse però non rende l’idea, perché in fondo quasi tutte le azioni politiche degli stati, che siano militari o diplomatiche, che siano negoziati e accordi bi o multilaterali, hanno lo scopo di assicurare profitti e accaparrarsi risorse. Qui però c’è un salto di qualità. Un salto nell’abisso.

C’è un territorio che una macchina bellica feroce non ha solo conquistato e occupato, ma sistematicamente demolito, sia nelle abitazioni che nelle infrastrutture e nei servizi vitali. Depositi di cibo, scuole, ospedali sono stati ripetutamente colpiti.  ’è una popolazione che la stessa macchina bellica ha prima massacrato poi ridotto a una enorme massa di profughi bisognosi di tutto, che non hanno più rifugio né cibo, né medicine, né nulla. La popolazione rimasta viva, naturalmente. I soccorsi, il cibo, le medicine, i ripari, vengono fermati e respinti dall’esercito israeliano per affamare e uccidere anche senza sparare. Continuano uccisioni e apartheid su base etnica, e sulla stessa base ci saranno deportazioni.

E c’è un piano di “ricostruzione”. Ma attenzione, non si tratta di restaurare un territorio dopo una guerra per renderlo di nuovo abitabile dalla popolazione. Si tratta di un’operazione coloniale pura e semplice. Il progetto presentato a Davos prevede la deportazione di massa dei gazawi e la costruzione di una specie di megariviera del lusso, nella quale i palestinesi rimasti avranno il ruolo di manodopera servile.

Questo piano è nelle mani del cosiddetto “Board Of Peace”, presentato al world economic forum di Davos. Un organismo economico che, sebbene composto da capi di stato, è nei fatti un comitato d’affari totalmente privato. Il BOP è stato creato da Trump, e sarà da lui diretto a vita. Non sarà presieduto dal presidente USA, ma da Trump, anche quando il suo mandato sarà scaduto. Lo speculatore immobiliare Trump, che ha invitato a farne parte personaggi di assoluta levatura come Orban e Milei, i rappresentanti di stati dall’immacolata reputazione come Kazakistan, Uzbekistan, Turchia, Marocco, Qatar, Emirati e Pakistan, che hanno accettato, e Cina e Russia che non hanno – ancora? – accettato. Quella Russia che è sotto sanzioni internazionali per la guerra contro l’Ucraina. Più tanti altri, Israele compreso, lo stato che ha reso possibile questo grande affare con il suo esercito. Ma non è importante sapere esattamente chi ne fa parte, anche perché la composizione è variabile. Un seggio permanente costa un miliardo di dollari, e non è un caso che il prezzo sia così alto: chi ne farà parte prenderà le decisioni chiave e incasserà dividendi stratosferici. La cosa di per sé rilevante è che questo organismo sia stato creato. Il Board of Peace fa piazza pulita di tutte le illusioni nutrite da molti, dal secondo Novecento fino a oggi, sul ruolo del diritto internazionale, della democrazia, e degli organismi sovranazionali. Certo, ONU e diritto internazionale erano già ampiamente screditati come regolatori delle controversie, ma conservavano una certa autorevolezza formale, anche se non sostanziale. Ora Trump, da consumato affarista, mette da parte lo strumento ormai inutile e ne inventa uno nuovo, dalla logica come già detto privatistica e imprenditoriale, sotto il suo esclusivo controllo. Questo organismo gestirà Gaza da padrone: potrà concludere contratti, acquisire e utilizzare beni, ricevere fondi pubblici – si parla di 100 miliardi di dollari – e capitali di investimento privati – sui 40/60miliardi – per girarli alle imprese scelte dallo stesso BOP. Viene da pensare che, se il criterio di scelta dei membri permanenti del consiglio è il versamento di una somma di denaro, quello per la scelta delle imprese non sarà tanto diverso.

È anche importante considerare, per chi come noi vive in Italia e in Europa, i ruoli della UE e del governo italiano. I governi UE che non hanno aderito lo hanno fatto per questioni “burocratiche” e formali di diritto internazionale, non certo per riserve morali o senso di giustizia. Un diritto internazionale nei fatti già reso carta straccia dalla stessa creazione del BOP e prima ancora dal doppiopesismo nei riguardi delle condanne della Corte Penale Internazionale e nell’applicazione di sanzioni. Possiamo esserne sicuri leggendo le dichiarazioni dei capi di stato e dei governi che hanno rifiutato, ma anche considerando che la UE è stata una dei grandi sostenitori di Israele nella guerra genocida contro la popolazione di Gaza. Il governo italiano, dal canto suo, ha deciso che parteciperà come “osservatore” – come la stessa Commissione UE – perché a quanto pare la Carta costituzionale impedisce di far parte di organismi internazionali se non su basi di parità con gli altri membri. Poco male: governo e industrie belliche italiane sono già implicate a fondo nel genocidio e nella devastazione di Gaza, avendo fornito senza riserve sostegno politico al governo di Israele e armamenti al suo esercito. Il fatto di non far parte del BOP a pieno titolo escluderà forse l’Italia dagli affari più grossi, ma non ci sono dubbi che dalla tavola dei padroni cadrà qualche osso da spolpare.

Al di sotto dei padroni c’è il braccio operativo. Non mi riferisco al Consiglio esecutivo, ma al “comitato dei tecnocrati” che ha il compito di dirigere i lavori sul campo a Gaza. Già il nome la dice lunga, ma il nome di chi lo dirige ci dice ancora di più. Si tratta di Ali Shahat, ex viceministro del governo di Ramallah, dell’ANP. Un Quisling che dirige una squadra di collaborazionisti palestinesi, con il compito immediato di sgombrare le macerie per aprire il campo alle imprese dei componenti del BOP e permettere la costruzione della megariviera. Macerie che, secondo un’intervista rilasciata dallo stesso Shahat a un quotidiano italiano, molto probabilmente saranno spinte in mare con tutto ciò che hanno dentro, pietre, metalli, residui di bombe e corpi, risolvendo due problemi in un colpo solo: ampliare la spiaggia e liberarsi delle rovine.   quali costi, ambientali e umani, non è dato sapere.

I palestinesi in tutto questo avranno, come già scritto, il ruolo di manodopera a basso prezzo, prima nei lavori di sgombero e costruzione e in seguito nei servizi turistici. Quelli che rimarranno, perché per centinaia di migliaia di loro è prevista la deportazione, sotto il disgustoso nome di trasferimento volontario. E che funzionari palestinesi, di cui uno già membro del governo dell’ANP, facciano parte di tutto questo, ci dice due cose: che bisogna finirla di parlare di popolo palestinese, perché questo termine comprenderebbe anche quella classe di funzionari, affaristi, burocrati, politici che fa affari e collabora con il BOP e con Israele, sul sangue della loro stessa “gente”, quella che non fa parte della classe elitaria, ma di quella proletaria, con interessi totalmente opposti a quelli dell’élite. Inoltre, che la soluzione dello stato palestinese, sostenuta da tante persone spesso in buona fede, è totalmente fallimentare. Non solo per chi, come me e come tant* che leggono questo giornale, è anarchic* e contrari* a tutti gli stati. Non solo per considerazioni prettamente tecniche come la frammentazione territoriale e la sovranità limitata, che non potranno portare ad altro che a gettare le basi  per nuove guerre.  a soprattutto perché l’embrione di tale stato sarebbe il governo dell’ANP, di quella stessa classe corrotta dalla quale emerge il collaborazionista in capo, Shahat.

In conclusione, il “board of peace” non è che un gruppo di sfruttatori colonialisti, che si stanno organizzando con strumenti potentissimi per trarre profitto dalla morte e dalla sofferenza, in un modo che non è totalmente nuovo nella storia dell’umanità, ma che è nuovo per numero e qualità degli attori in gioco e per le conseguenze a lungo termine. Verrebbero in mente paragoni con jene e avvoltoi, ma sarebbero ingenerosi: questi animali hanno dopotutto un ruolo benefico negli ecosistemi, mentre il BOP mira solo all’estrazione di ricchezza da un’immane tragedia. Se l’operazione Gaza dovesse dare i frutti sperati, accadrà lo stesso in altre regioni da “pacificare”. Viene in mente l’Ucraina, ma non necessariamente bisogna guardare a conflitti già in atto. Gli stessi componenti del BOP sono i maggiori guerrafondai del pianeta, e in questo modo potranno iniziare conflitti per poi trarre profitto dalle conseguenze, creandosi il lavoro da soli. Il BOP è la punta di lancia del capitalismo di rapina, che vive di appropriazione violenta di territori e risorse e della rendita derivante dal loro possesso, è il capitalismo spogliato dalla patina democratica che lo ha camuffato e protetto per decenni. Patina che ora non è più necessaria, ma che viene comunque sempre elogiata a parole nella neolingua del nuovo millennio. Per questo, se Malatesta affermava che la democrazia è un bruco che non diventa mai farfalla, mi permetto di affermare che con il BOP la democrazia ha dimostrato di essere null’altro che un’orda di parassiti famelici.

Se volessimo per forza trovare una funzione positiva in questa cosa sporca, è quella di aver finalmente svelato cosa sono stato e capitale anche agli occhi dei più ingenui, anche ai più convinti democratici, rendendo visibile l’ultima trasformazione in atto nel capitalismo, la transizione dal già devastante neoliberismo a una nuova fase apertamente coloniale e predatoria. Il tutto organizzato dal presidente della “più grande democrazia del mondo”.

J.Scaltriti

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